Intervista: INFECTION CODE


Dopo anni di attività nella scena estrema, gli Infection Code tornano con “De Reptilium Arcanis”, un album che guarda al passato della band senza rinunciare alla consapevolezza maturata nel corso degli anni. Oscurità, inquietudine, sperimentazione e atmosfere di matrice lovecraftiana convivono con una scrittura più consapevole e con una particolare attenzione agli arrangiamenti e alla componente visiva. A raccontare la genesi e la filosofia del nuovo lavoro sono Macha e Gabriele, che ripercorrono l'evoluzione del modo di comporre degli Infection Code, il rapporto tra musica, immagini e testi e quella necessità quasi istintiva di continuare a creare musica estrema. Un percorso che, nelle parole di Macha, può essere sintetizzato in una definizione particolarmente efficace: una “rinascita consapevole”.

1. “De Reptilium Arcanis” trasmette una sensazione di oscurità e mistero. Quale atmosfera volevate creare attraverso questo album?
Macha: Per la scrittura di “De Reptilium Arcanis” avevo necessità di creare riff e parti elettroniche che facessero da colonna sonora alle immagini che i versi di Gabriele creavano. Mi sono quindi affidato ai suoi testi per ispirarmi. Abbiamo nella band una vera e propria enciclopedia lovecraftiana che possiamo sfruttare: perché non farlo?

2. Quanto è importante per voi che un disco abbia un'identità precisa anche dal punto di vista visivo e concettuale?
Gabriele: È molto importante. Se non fondamentale. Più che altro perché le immagini, le copertine, l’artwork che va a comporre il CD o LP che sia, deve guidare l’ascoltatore nel mondo sonoro della band. Anche in questo periodo, dove il supporto fisico non è usato, c’è bisogno di una grafica, di arte visiva per un disco. È identificativo della band, uno stile, un concetto musicale. Anche in un mondo dove tutto appare e tutto è immagine, è fondamentale. Non vedo perché non sia importante l’arte grafica e visiva, che si collega al concetto musicale e letterario, per quanto concerne i testi.

3. Nei vostri brani emerge spesso un senso di tensione e inquietudine. Da dove nasce questa necessità espressiva?
Gabriele: Non è una caratteristica che forziamo. Viene fuori spontaneamente. Non mettendoci a tavolino e cercando di far emergere questa sensazione piuttosto che un’altra. D’altronde facciamo musica estrema e penso che sia normale che si senta tensione ed inquietudine.

4. Pensate che la musica estrema debba ancora oggi avere una funzione di provocazione e ricerca oppure può essere semplicemente intrattenimento?
Gabriele: Dipende. Può avere entrambe. Anzi, deve avere entrambe le funzioni. Provocare e far riflettere, scuotere, per quanto possa, le coscienze e, allo stesso tempo, far evadere per qualche minuto chi l’ascolta. Tantissimi metallari, io per primo, hanno usato la musica per confortarsi l’anima. Per evadere da momenti non troppo esaltanti, ma allo stesso tempo la stessa musica ha dato quell’incipit per riflettere. Magari un certo tipo di genere rispetto ad un altro.


5. Il vostro stile unisce brutalità e sperimentazione. Qual è la difficoltà maggiore nel mantenere questo equilibrio?
Macha: Non penso che si debba parlare di difficoltà, ma di maturità. Quando abbiamo iniziato avevamo a malapena vent’anni. Ognuno voleva aggiungere quello che aveva in testa senza preoccuparsi di creare qualcosa di caotico. Oggi abbiamo ancora i nostri mostri che ci urlano addosso, ma si può dire che sappiamo quando dar loro parola oppure zittirli a nostro piacimento. Siamo più vecchi, ma anche più consapevoli dei nostri mezzi e dei nostri gusti.

6. Quanto è cambiato il modo di comporre degli Infection Code rispetto agli inizi della vostra carriera?
Gabriele: È cambiato perché siamo cambiati noi. Oltre ai musicisti che si sono succeduti ed hanno portato i propri metodi e modi di comporre, siamo cambiati anche io e Ricky, che siamo dall’inizio nella band. Ricky, per esempio, che è il principale compositore, ha affinato e migliorato il suo modo di comporre e scrivere. Con il passare degli anni si cambia, si studia e si cerca di evolvere.

7. Quale elemento di “De Reptilium Arcanis” pensate possa sorprendere maggiormente chi vi segue da anni?
Macha: Forse la sorpresa più grande per chi ascolterà “De Reptilium Arcanis”, soprattutto per quelli che ci seguono dagli inizi, sarà dire: “Gli Infection sono tornati alle origini!”.

8. Quanto sono importanti per voi i dettagli nascosti negli arrangiamenti e nelle strutture dei brani?
Macha: Gli arrangiamenti sono fondamentali per la riuscita dei nostri brani, siano essi semplici tappeti di tastiera per dare spessore o suoni più elaborati utilizzati per fare risaltare i testi o i riff. Un esempio perfetto può essere “Fermi Paradox”, un brano d’ambiente a tema alieni. Grazie alla collezione di sintetizzatori di Ricky, ci siamo divertiti ad inserire suoni crudi di frequenze aliene, venti cosmici, ecc., per simulare un tentativo di contatto con qualcosa o qualcuno che arriva da altre galassie.

9. Dopo così tanti anni di attività, cosa vi dà ancora la motivazione per scrivere nuova musica?
Gabriele: Sinceramente è una domanda a cui non riesco a dare una risposta. Forse non c’è neppure una risposta. E forse è una caratteristica che fa parte di noi. Insita in noi. Stare in una band, pur piccola, che scrive e compone musica propria e suona metal estremo, è quasi una missione. Un’attitudine. L’ispirazione poi non manca mai. Con tutto ciò che c’è nel mondo, l’ispirazione è l’ultima a morire.

10. Se doveste descrivere “De Reptilium Arcanis” con un'immagine o una metafora, quale scegliereste?
Macha: Io definisco “De Reptilium Arcanis” una “rinascita consapevole”.


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