MAYHEM "Liturgy Of Death" (Recensione)
Full-length, Century Media Records
(2026)
È possibile creare qualcosa, farla sviluppare, degradare, vederla gettata in pasto al mainstream e poi trovare nei confronti di ciò che si è creato un equilibrio formale? Nel caso di “Liturgy of Death” sembra proprio di sì. Chi ha seguito la storia stilistica dei Mayhem sa che “Ordo ad Chao” è il loro disco più influente per il black metal moderno, nonostante i puristi che continuano ad esaltare i toni embrionali di lavori come “Deathcrash” o lo stesso “De Mysteriis dom Sathanas”. Quel lavoro del 2007, dopo le prove di assestamento generali di “Grand Declaration of War”, superò tutta la scena black dell’epoca, persa com’era in una diaspora tra symphonic, avantgarde, depressive, gothic o alternative rock dovuta alle voglie pregnanti di incorporare varie influenze.
Da “Esoteric Warfare” poi, un nuovo cambio di attori. Teloch e Ghul (ex Cradle of Filth) alle chitarre in luogo di Blasphemer, del quale non ho sempre apprezzato lo stile thrash ultra tecnico ma che ha avuto il merito di cogliere le potenzialità del riffing di Euronymous più di molti altri musicisti della scena. A differenza del precedente “Daemon” la proposta si fa più ampia ed elevata. Il basso di Necrobutcher trova voce tra le derive jazz fusion e le altre tecniche non rock della batteria di Hellhammer. Le doppie chitarre macinano riff in tremolo, assoli, dissonanze e tutto il repertorio che si addice ad un approccio death/thrashing di natura più complessa. Queste sono rese ancora più ampie e solenni dalla produzione di Tore Stjerna (Watain, Funeral Mist), vero e proprio mastermind delle produzioni black metal odierne.
Questa forma è più vicina all’approccio epico di band come Immortal, Emperor successivi a “In the Nightside Eclipse” che al black metal delle produzioni low-fi o di una indigente attitudine punk 'n'roll spacciata come “ribelle”. Il sound può essere descritto come debitore degli Immortal dell’epoca d’oro liberando però quell’approccio dal dominio unico del riff. Sono quindi presenti le proverbiali dissonanze del metal estremo moderno che gli stessi Mayhem hanno contribuito ad istituzionalizzare con quei i dischi degli anni ’10 pregni di idee, così come alcuni passaggi doom storicamente presenti nella loro musica. Una sintesi tra l’ostilità low-fi e le versioni più accessibili del genere che hanno fatto la fortuna di gruppi come Dimmu Borgir e Behemoth.
Ma è la voce di Attila, a posteriori il vero risolutore della faccenda Mayhem, a conferire a questa musica un carattere singolare e forse inimitabile. "Crooner" metal teatrale, qui rinuncia perfino a certi accenti uditi in “De Mysteriis dom Sathanas” per puntare su uno stile più basato sul growl che oserei quasi definire death/crooning. Il risultato è quello di una perfomance art in grado di conferire un carattere di tensione macabra a questa musica altrimenti death/thrash standard seppur intriso di rabbia nordica, tecnica superiore e riff abbastanza fantasiosi se consegnato nelle mani di altri attori.
Recensione a cura di Gabriel Althos Aldo
Voto 78/100
Tracklist:
1. Ephemeral Eternity
2. Despair
3. Weep for Nothing
4. Aeon's End
5. Funeral of Existence
6. Realm of Endless Misery
7. Propitious Death
8. The Sentence of Absolution

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