BURNING BLACK "Resilience of a Broken Heart" (Recensione)
Full-length, Punishment 18 Records
(2024)
“Resilience Of A Broken Heart” è il tipo di disco che, se fosse arrivato sulla scrivania di una redazione metal nei primi anni Novanta, avrebbe probabilmente fatto scattare immediatamente il riflesso del lettore: chitarre alte, amplificatori bollenti e volume a undici. Dieci anni sono passati dal precedente “Remission Of Sin”, ma i Burning Black non sembrano minimamente intenzionati a chiedere scusa per il tempo trascorso. Anzi, tornano con un album che sa di officina heavy metal, di sudore da sala prove e di quella sana ostinazione che ha sempre distinto le band realmente innamorate del genere dalle operazioni costruite a tavolino. Il titolo parla di resilienza e calza a pennello: qui non c’è alcun tentativo di rincorrere le mode, ma la volontà di prendere l'heavy metal per il bavero e ricordargli quanto possa ancora essere efficace quando viene suonato con convinzione. “Your Skin Is Fire” parte come un pugno sul muso, “Resilience Of A Broken Heart” mette subito in campo la componente melodica e “Last Band On The Earth” ha tutto quello che serve per diventare un anthem da concerto, birra in mano e pugno al cielo. È heavy metal vecchia scuola, sì, ma senza l'odore di naftalina.
La cosa bella è che i Burning Black conoscono perfettamente la differenza fra tradizione e imitazione. Si sentono echi della grande scuola britannica, qualche reminiscenza power americana e certe soluzioni che riportano alla mente il metal europeo più muscolare, ma nessuno di questi riferimenti diventa una maschera. “Trust Me” mostra un lato più nervoso e aggressivo, “The Price To Pay” punta invece sul lato melodico, mentre “War Forever” tira fuori una vena più battagliera senza trasformarsi nella solita cartolina bellica. Poi arrivano “The Devil” e “Racoon City Boy”, ed è qui che il disco strizza l'occhio, cambia espressione e dimostra di non prendersi sempre dannatamente sul serio. È un particolare che apprezzo: nel metal degli anni Ottanta e Novanta l'attitudine contava quanto il riff, e i Burning Black hanno ancora quel tipo di faccia tosta che non si può comprare in studio. Le canzoni sono costruite per essere ricordate, non per impressionare il tecnico del suono.
A comandare l'attacco delle sei corde ci sono Ian Adams e AndyT, e qui si apre uno dei capitoli più gustosi del disco. Adams, autore di tutti i brani, ha una scrittura che mette il riff davanti a tutto, mentre AndyT contribuisce a dare alle chitarre quella sensazione di continuo movimento che impedisce alla struttura di diventare troppo prevedibile. Non è il classico duello fra due chitarristi che devono dimostrare chi corre più veloce: è piuttosto un lavoro di coppia fatto di incastri, armonizzazioni, assoli e botta e risposta. Eppure, proprio perché il livello è alto, qualche volta viene spontaneo chiedere di più. Avrei voluto un paio di azzardi in più. Un assolo davvero fuori dagli schemi, un cambio di tempo piazzato nel momento meno prevedibile, magari un riff capace di lasciare un livido permanente. I Burning Black hanno gli strumenti per farlo, ma spesso preferiscono giocare sul terreno sicuro. È l'unico vero “ma” che riesco a trovare nel lavoro chitarristico: la tecnica c'è, il gusto pure, ma qualche volta la prudenza vince sulla follia. E nel metal, si sa, un pizzico di follia non ha mai fatto male a nessuno.
La sezione ritmica, invece, è una macchina che gira senza perdere un colpo. Loris Peltrera al basso e Riccardo Dario dietro le pelli non hanno bisogno di mettersi sotto i riflettori per farsi notare: il loro lavoro sta tutto nella spinta che arriva da sotto, nella capacità di dare ai riff il peso necessario e alle accelerazioni il carburante giusto. Dario non è un batterista che deve riempire ogni spazio disponibile; colpisce quando serve e lascia respirare il pezzo quando è il momento. Peltrera, dal canto suo, aggiunge quella profondità che permette alle chitarre di non galleggiare. E poi c'è Pietro Rosso alle tastiere, che fa esattamente quello che dovrebbe fare un tastierista in una formazione del genere: aggiunge colore senza trasformare tutto in una gigantesca nuvola di pad. Le tastiere entrano, lavorano nell'ombra e spariscono lasciando il riff al comando. È un approccio tremendamente anni Novanta, quando il musicista bravo non era necessariamente quello che urlava più forte, ma quello che sapeva quando farsi sentire e quando togliersi dai piedi.
Al microfono, Dan Ainlay, alias Massimo De Nardi, continua a essere il marchio di fabbrica. Non c'è bisogno di presentazioni: basta che apra bocca e sai immediatamente chi stai ascoltando. Il suo registro acuto porta inevitabilmente alla mente una certa tradizione heavy, ma la voce ha abbastanza grinta e personalità per non ridursi a un semplice esercizio di nostalgia. Ainlay sa essere aggressivo senza strafare e soprattutto possiede quel senso teatrale che rende credibili anche i momenti più anthemici. “Life Hurts” mette in evidenza il lato più emotivo, mentre “The Devil” e “Trust Me” gli consentono di giocare maggiormente con l'attitudine. Anche qui, però, un piccolo sassolino nella scarpa ce lo mettiamo: la voce è talmente riconoscibile che a volte tende a prendersi tutto il palco. In qualche passaggio avrei preferito che la band avesse più spazio per respirare, magari con un bridge strumentale più lungo o un arrangiamento capace di spostare temporaneamente il riflettore dalle corde vocali alle sei corde. Ma, diamine, quando un cantante possiede una firma vocale così evidente, lamentarsene sarebbe quasi come lamentarsi del fatto che una Ferrari abbia un motore troppo grosso.
E veniamo al suono, perché qui i Burning Black giocano una partita decisamente vincente. Il mastering di Mika Jussila ai Finnvox Studios dà al disco una bella botta senza trasformarlo nell'ennesimo mattone ipercompresso dell'era digitale. Le chitarre hanno corpo, il basso si sente, la batteria conserva impatto e la voce resta davanti senza schiacciare tutto il resto. È un suono moderno quanto basta, ma con quella grana che impedisce all'album di sembrare plastificato. Personalmente avrei spinto ancora un po' sull'aspetto più ruvido: qualche spigolo in più, soprattutto sulle chitarre, avrebbe reso certi passaggi ancora più cattivi. Ma è un dettaglio. Quando arriva “Rise From The Ashes Of The Defeated”, con i suoi oltre dieci minuti, i Burning Black si concedono finalmente tutto lo spazio che serve per chiudere il cerchio, allargare le composizioni e mostrare che sotto la corazza del tradizionale heavy metal c'è anche una band capace di pensare in grande.
Non tutto è perfetto, qualche soluzione resta volutamente ancorata alla tradizione e qualche volta si sente che avrebbero potuto rischiare di più. Ma forse è proprio questo il punto: “Resilience Of A Broken Heart” non ha bisogno di essere perfetto, ha bisogno di essere vero. E questo disco lo è. È un ritorno suonato con i muscoli, costruito con mestiere e alimentato da una passione che non sembra mai studiata a tavolino. Se vi manca il rumore delle chitarre che entrano dalla finestra senza chiedere permesso, sapete già cosa fare.
Recensore: Luca "Hobbit" Raponi
Voto: 8/10Tracklist:
1. Your Skin Is Fire
2. Resilience Of A Broken Heart
3. Last Band On The Earth
4. Trust Me
5. Life Hurts
6. The Price To Pay
7. War Forever
8. The Devil
9. Racoon City Boy
10. Rise From The Ashes Of The Defeat
Line-up:
Nikk Damian – Bass
Darius Rickenbach – Drums
Ian Adams – Guitars
AndyT – Guitars
Dan Ainlay – Vocals
Tracklist:

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