Intervista: MOTUS TENEBRAE


Dopo quasi dieci anni di silenzio discografico, i Motus Tenebrae tornano con In Sorrow’s Requiem, un lavoro che non cerca compromessi né scorciatoie moderne, ma affonda con decisione nelle radici più oscure e malinconiche del doom gothic metal. Lontani dalla frenesia dell’innovazione forzata, la band sceglie di trasformare il peso del tempo e delle esperienze vissute in un suono compatto, atmosferico e profondamente emotivo. Il nuovo album appare come un viaggio monolitico attraverso perdita, introspezione e rassegnazione, costruito con la maturità di chi conosce perfettamente i propri limiti e li utilizza come forza espressiva. Influenzati ancora oggi da nomi fondamentali come Paradise Lost e My Dying Bride, i Motus Tenebrae confermano la propria identità con un disco intenso e coerente, dove ogni dettaglio contribuisce a creare un’atmosfera soffocante ma magnetica. In questa intervista ci raccontano il significato del loro ritorno, il processo compositivo dietro In Sorrow’s Requiem e la visione artistica che continua a guidarli nell’oscurità.

1. Dopo quasi dieci anni di silenzio, cosa vi ha spinto a tornare proprio ora con In Sorrow’s Requiem?
Il silenzio non è mai stato un’assenza di intenti, ma una necessità di metabolizzazione. Dopo dieci anni, sentivamo che il peso delle esperienze accumulate avesse finalmente trovato una forma sonora coerente. Non siamo tornati per stare al passo, ma perché artisticamente il vuoto che avevamo dentro era diventato troppo rumoroso per essere ignorato. In Sorrow’s Requiem è nato quando la nostra urgenza espressiva non poteva più essere ignorata.

2. Il disco suona molto consapevole dei propri limiti e punti di forza: quanto è stato intenzionale questo approccio?
Certamente. È stato tutto assolutamente intenzionale, come sempre del resto. Superata una certa età artistica, smetti di voler dimostrare quanto sei veloce o tecnico. Abbiamo accettato i nostri limiti trasformandoli in confini stilistici; abbiamo scavato in profondità invece di espanderci in superficie. Sapere esattamente cosa non siamo ci ha resi molto più forti in ciò che siamo davvero.

3. Avete scelto di non inseguire l’innovazione a tutti i costi: è una presa di posizione contro la scena attuale?
Non è una guerra alla modernità, ma un atto di fedeltà a noi stessi. La scena attuale è ossessionata dalla contaminazione e dalla novità a ogni costo, spesso a discapito dell’anima. Noi abbiamo scelto di restare nel solco della tradizione perché crediamo che ci sia ancora molto da dire rimanendo fedeli al pathos primordiale del doom gothic metal. Se questo viene percepito come una presa di posizione, allora che lo sia.

4. L’atmosfera è centrale nel vostro sound: come evitate che diventi monotonia?
Il segreto sta nelle sfumature degli arrangiamenti e delle melodie che ci piace creare. La monotonia si evita lavorando sulle dinamiche emotive più che su quelle ritmiche. Usiamo il silenzio e le stratificazioni per creare tensione: ogni passaggio deve servire a narrare un frammento di disperazione e auto-riflessione. Se chi ascolta si sente soffocare, vuol dire che abbiamo fatto centro, ma deve essere un soffocamento piacevole, vivo.


5. Rispetto a Deathrising, cosa è cambiato davvero nel vostro modo di scrivere?
Deathrising era un grido rabbioso, figlio di un’energia più istintiva. In In Sorrow’s Requiem, la scrittura è diventata più riflessiva, stratificata e, in un certo senso, più morbida. Se prima cercavamo l’impatto, ora cerchiamo la persistenza. Abbiamo imparato a togliere ciò che è superfluo, lasciando che l’essenza del dolore emerga senza troppi orpelli.

6. Quanto contano ancora band come Paradise Lost o My Dying Bride nel vostro DNA musicale?
Queste band non sono soltanto influenze: per noi sono le fondamenta del nostro linguaggio. Il loro DNA è impresso nel modo in cui concepiamo le armonie di chitarra e il contrasto tra melodia e brutalità. Tuttavia, oggi le guardiamo con il rispetto che si deve ai maestri, pur avendo trovato una nostra voce specifica all’interno di quella stessa cattedrale sonora che tanto amiamo trasformare in musica.

7. La title track sembra il cuore emotivo del disco: è stato così anche in fase di composizione?
Sì, la title track è stata la bussola dell’intero processo creativo. È nata da un riff che sembrava riassumere l’intero concetto di “requiem”. Attorno a quel brano abbiamo costruito l’architettura del disco: è il momento in cui tutte le tematiche dell’album — perdita, lutto e rassegnazione — convergono in un unico punto focale.

8. C’è un brano che rappresenta meglio di altri la vostra identità oggi?
Probabilmente “Endless Buildings”. Racchiude perfettamente il nostro equilibrio attuale: è pesante, lento, a tratti romantico, ma attraversato da una melodia che non ti abbandona. Rappresenta la nostra identità odierna perché non cerca di compiacere, ma di trascinare chi ascolta nel nostro stesso abisso.

9. Il disco è molto compatto e coerente: avete mai pensato di spezzare di più questa uniformità?
In un certo senso sì, ci abbiamo pensato, ma abbiamo scartato l’idea. Volevamo che il disco fosse un’esperienza monolitica, un viaggio senza interruzioni. Spezzare l’uniformità avrebbe significato dare una via d’uscita all’ascoltatore, e noi volevamo che rimanesse intrappolato in questa atmosfera dall’inizio alla fine. La coerenza è il nostro modo di onorare il concept del disco.

10. Questo album è un punto di arrivo o un nuovo inizio?
Ogni punto di arrivo è, per definizione, un nuovo inizio. Con questo album abbiamo chiuso i conti con il passato e con il lungo silenzio che ci ha preceduti. È il nostro nuovo manifesto, una dichiarazione d’esistenza che pone le basi per quello che sarà il nostro cammino futuro, ovunque l’oscurità e le tenebre decideranno di condurci.


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