MOTUS TENEBRAE "In Sorrow’s Requiem" (Recensione)
Full-length, My Kingdom Music
(2026)
Dopo quasi dieci anni di silenzio, i Motus Tenebrae tornano con In Sorrow’s Requiem. E diciamolo subito: non è un ritorno timido, né un semplice esercizio di stile nostalgico. È un disco che sa esattamente cosa vuole essere — e nel bene e nel male non si sposta di un millimetro da quella visione. Il punto di partenza è chiaro: gothic doom metal classico, figlio diretto di nomi come Paradise Lost, My Dying Bride e Katatonia. E qui arriva la prima stoccata: se cercate rivoluzioni, potete anche passare oltre. In Sorrow’s Requiem non inventa nulla. Zero. Ma il punto è un altro: lo fa dannatamente bene.
Il disco si muove su coordinate solide, dense, a tratti soffocanti, costruendo un’atmosfera che punta tutto su malinconia e peso emotivo. Brani come “Endless Buildings” e “Desolate Place” lavorano per stratificazione, senza fretta, lasciando sedimentare ogni passaggio. Non c’è ansia di stupire, ma una volontà precisa di trascinare l’ascoltatore dentro un mondo sonoro compatto e coerente. Il vero punto di forza sta proprio qui: la coerenza. In Sorrow’s Requiem è probabilmente il lavoro più maturo della band, perché smette di dimostrare qualcosa e si limita a essere. Ogni scelta — dalle linee vocali di Luis McFadden, sempre cariche ma mai sopra le righe, fino alle trame chitarristiche di Daniel Ciranna — è funzionale all’atmosfera generale.
Certo, non è tutto perfetto. A tratti il disco rischia di sedersi su sé stesso. Alcuni passaggi, soprattutto nella parte centrale, danno quella sensazione di déjà-vu che nel gothic doom è sempre dietro l’angolo. “Fragments” e “The Dark Machine”, pur solidi, non lasciano un segno memorabile come altri episodi. È il classico problema del genere: quando punti tutto sull’atmosfera, il confine tra ipnosi e monotonia diventa sottile. Ma poi arrivano momenti che rimettono tutto in carreggiata. La title track “In Sorrow’s Requiem” è il cuore pulsante del disco: lenta, pesante, emotivamente carica senza risultare stucchevole. E “Pulvere Sacro” aggiunge quella sfumatura più personale che evita al lavoro di diventare un semplice tributo ai maestri. Dal punto di vista sonoro, la produzione è pulita ma non sterile — scelta fondamentale per un disco che vive di profondità e dinamiche. Non c’è quella patina plastificata che spesso rovina il doom moderno: qui si respira ancora un certo senso di “materia”, di peso reale.
In definitiva, In Sorrow’s Requiem è un disco che non farà gridare al miracolo, ma che si prende il suo spazio con una sicurezza quasi arrogante. Non cerca di essere innovativo, cerca di essere definitivo — almeno per la band. E in gran parte ci riesce. È un lavoro per chi ama il genere senza bisogno di etichette nuove o contaminazioni forzate. Non cambia le regole del gioco, ma le suona con una convinzione che oggi non è così scontata. E a volte, onestamente, basta questo.
Recensore: Marco Landi
Voto: 7/10
Tracklist:
1. Endless Building
2. Solitude
3. The Dark Machine
4. Desolate Place
5. Fragments
6. In Sorrow's Requiem
7. Pulvere sacro
8. Love Damned of Dead
9. Shelter Me
10. End Begun
Line-up:
Andreas Das Cox - Bass
Daniel Cyranna - Guitars
Diego Chiocchetti - Vocals
Links:
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