Intervista: BEFORE THE GLOW


Before The Glow è un progetto di rock alternativo con tinte soft e pop ideato dal polistrumentista Stefano Eliamo, che abbiamo già visto su queste pagine con il suo progetto metal Dramanduhr. Ecco, in questa realtà musicale Stefano riversa tanta passione, serenità e sentimenti positivi, pur non disdegnando qualche puntata nella malinconia e nell'introspezione. "Black Rose" è l'ultimo album uscito, ne parliamo con Stefano Eliamo.

1. Ciao Stefano, parlaci di "Black Rose", cosa rappresenta per te?
Ciao a tutti e grazie per lo spazio. Black Rose è, senza dubbio, il miglior album che abbia realizzato fino a oggi. Non solo per una questione emotiva, ma soprattutto per il livello di cura e di professionalità con cui è stato concepito e prodotto. Ogni dettaglio è stato seguito con attenzione maniacale, dalla scrittura agli arrangiamenti, fino al suono finale. Paradossalmente, pur essendo l’ultimo disco pubblicato, Black Rose rappresenta per me un punto di partenza. È uno standard personale, una sorta di riferimento imprescindibile per tutto ciò che verrà in futuro sotto il nome Before The Glow. È il disco che meglio mi rappresenta oggi e quello che ha messo ordine nella mia visione artistica.

2. Vogliamo ripercorrere le fasi salienti della tua carriera coi Before The Glow e far conoscere il tuo progetto ai nostri lettori?
Nel corso degli anni ho sempre seguito un istinto molto forte verso l’esplorazione. Ho scritto musica muovendomi liberamente tra i generi, senza mai voler aderire a un’unica etichetta stilistica. Il primo album, State Of Noise (2012), era fortemente orientato verso un’elettronica pop. Con Intermittent Lights ho quasi “cancellato” quel disco, ridefinendo completamente il progetto in chiave indie pop con forti influenze irish. Hello World! ha invece ripreso il discorso di State Of Noise, riportandomi verso territori più elettronici. Universi Alternativi è stato uno stacco netto: una parentesi in cui mi sono presentato come cantautore italiano, muovendomi tra rock e folk. Black Rose, infine, riprende idealmente il discorso lasciato in sospeso con Intermittent Lights e mi riallinea al mio genere d’origine, quello con cui ho imparato a suonare e a scrivere canzoni. Molti brani di Black Rose affondano le radici molto lontano nel tempo. 1983, ad esempio, nasce quando ero ancora all’ultimo anno di scuola media. Altri pezzi risalgono al periodo universitario, tra il 2003 e il 2007. Per anni queste canzoni sono rimaste dormienti sotto forma di demo, archiviate nei miei hard disk. Solo nel 2020, nel pieno della pandemia, ho avuto il tempo e la maturità per riascoltarle, riscriverle e riprodurle con le competenze di oggi, dando finalmente loro la forma e la dignità che meritavano.

3. Parliamo della line-up. Come è composta, almeno parlando di questo tuo ultimo album?
La line-up di Black Rose ricalca quella già sperimentata in Universi Alternativi. Il nucleo creativo resta il mio, ma attorno a me ci sono collaborazioni fondamentali che hanno dato profondità e carattere al disco. Lorenzo Coriglione si è occupato della registrazione, del mix e del mastering, contribuendo in modo decisivo anche alla definizione del suono complessivo dell’album. Umberto Ferro ha avuto un ruolo di supervisione artistica e ha impreziosito alcuni brani con interventi di chitarra solista, mentre Matteo Blundo ha curato le parti di viola e violino, aggiungendo una dimensione emotiva e cinematografica agli arrangiamenti. Tutti gli altri strumenti sono stati suonati da me: basso, chitarre acustiche ed elettriche, synth, batteria e e percussioni. Come per i dischi precedenti, Before The Glow resta quindi un progetto fortemente personale, ma aperto al dialogo con musicisti che condividono la stessa visione.

4. In cosa pensi si differenzi questo tuo nuovo album dai precedenti?
Credo che Black Rose sia il mio album più libero e coraggioso. Al suo interno convivono in modo armonico brani molto diversi tra loro, senza forzature. Si passa dal folk rock della title track Black Rose all’elettronica di New York (Closer To Me), fino alla strumentale Dark Highway, che chiude il disco lasciando volutamente dei puntini di sospensione, come a dire: non è finita qui. È un album sincero, che non cerca compromessi e che accetta la propria natura multiforme. Ogni canzone trova il suo spazio senza dover rispondere a un’idea rigida di genere.

5. C'è qualcosa di davvero importante che bolle in pentola per i Before The Glow per il futuro immediato?
Sì, decisamente. Sto già lavorando a un nuovo album e ho diverse canzoni pronte. Tuttavia, oggi ho un rapporto molto diverso con il tempo creativo. Quando ero più giovane, una volta chiuso il master pubblicavo tutto immediatamente. Ora preferisco lasciare i brani “lievitare”. Mi piace l’idea che una canzone debba aspettare il momento giusto per uscire, una sorta di sincronizzazione tra me, l’universo e l’opera stessa. Solo quando sento che quel momento è arrivato, allora so che è giusto regalarla al mondo.

6. Come definiresti lo stile musicale dei Before The Glow a chi ancora non ti conosce?
Non è semplice incasellarlo. Before The Glow ha attraversato molti territori: folk, rock, elettronica, dance. Oggi però posso dire con più chiarezza cosa è diventato il progetto. Lo definirei come un dreamy melancholic rock: un rock malinconico e sognante, fortemente legato alla dimensione emotiva, alla nostalgia e all’immaginazione. È una musica che guarda al passato ma con uno sguardo consapevole e maturo, cercando sempre un equilibrio tra introspezione e apertura verso l’esterno.

7. Dove vorresti che arrivassero i Before The Glow? Insomma qual è il tuo più grande obiettivo?
Con il tempo ho capito che questo progetto ha una missione principalmente personale. Before The Glow si occupa di riportare alla luce le canzoni che ho scritto nella mia infanzia e adolescenza, ristrutturandole per farle atterrare nel presente. Quando apro un digital store e guardo la mia discografia, vedo tutta la mia vita tradotta in note. Ogni canzone è come l’episodio di una serie, ogni album una stagione. Before The Glow è, in questo senso, la serie della mia vita. L’arte è l’unico modo che conosciamo per rendere certe cose eterne. Non scrivo canzoni come un diario diretto: parto dalle mie esperienze, ne estraggo il concetto portante e lo trasformo in qualcosa di universale. Una canzone sull’attesa in aeroporto, ad esempio, smette di appartenere a quel singolo momento e diventa ricamabile su ogni altra esperienza simile. È questo che cerco: creare qualcosa che continui a vivere oltre me e oltre l’esperienza dalla quale la canzone è scaturita.

8. Quali sono le band che più ti hanno influenzato e quelle che ancora ti influenzano?
Le influenze sono tante e stratificate. Sicuramente U2, R.E.M., The Cranberries e Oasis hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione, soprattutto per il modo in cui riuscivano a unire immediatezza emotiva e profondità. A questi si aggiungono molte band della scena alternative e indie degli anni ’90 e 2000. Oggi continuo a lasciarmi influenzare più dall’attitudine che dai suoni in sé: la libertà creativa, la sincerità emotiva e la capacità di raccontare storie senza maschere restano per me elementi imprescindibili.

9. Abbiamo finito, lascia un ultimo messaggio ai nostri lettori!
Vorrei ringraziare chiunque decida di dedicare tempo all’ascolto di Black Rose. In un’epoca in cui tutto scorre velocemente, fermarsi ad ascoltare un album dall’inizio alla fine è un atto quasi rivoluzionario. Se anche una sola canzone riuscirà a trovare un posto nella vita di chi ascolta, allora tutto questo avrà avuto senso. Grazie a Hot Music Zine per lo spazio e a chi continua a credere nella musica come luogo di incontro, memoria ed emozione.


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