Intervista: MADVICE
Con il nuovo singolo “The Legacy of the Serpent God”, i MADVICE aprono una nuova fase del loro percorso artistico, fatta di consapevolezza, resilienza e voglia di reinventarsi senza perdere la propria identità. Il nuovo album “L’Ottavo Giorno” nasce da un periodo complesso, trasformato però in energia creativa e in un sound ancora più personale, diretto e intenso. Ne abbiamo parlato con Maddalena Bellini, chitarrista della band, che ci ha raccontato il processo dietro questo nuovo capitolo.
1. Il nuovo singolo “The Legacy of the Serpent God” sembra rappresentare una vera rinascita per la band: quanto è stato importante trasformare un periodo difficile in nuova energia creativa?
Innanzitutto, il fatto stesso di superare un momento dal quale pensavi di non uscire più ti dà una forza incredibile, una vitalità nuova che ti permette di ricominciare tutto da capo, ma con l’esperienza di quello che hai già vissuto. E, naturalmente, questo si va a riversare nella nostra musica, ciò che abbiamo di più caro nella nostra vita. Buona parte della musica che abbiamo messo nell’album era già stesa da tempo, ma il vuoto che è venuto dopo ci ha permesso di lasciarla sedimentare, per poi riprenderla in mano, setacciarla, arricchirla e impreziosirla.
2. “L’Ottavo Giorno” viene descritto come un disco legato ai temi della trasformazione e della resilienza: quanto c’è di personale dietro questo concept?
Tutto, direi. È stato il nostro disco più faticoso ma, al tempo stesso, il più “voluto”. Siamo stati sul punto di mollare, di buttare tutto, ma la voglia e l’esigenza di continuare a fare musica hanno prevalso.
3. Musicalmente il nuovo materiale appare più aggressivo e diretto: è stata una scelta consapevole oppure un’evoluzione naturale del vostro sound?
Direi al 90% una naturale evoluzione, come credo capiti a tutte le band. A meno che non ci sia una “staticità consapevole”, frutto di un sound che funziona e frutta soldi, ogni musicista ha un suo naturale percorso, congiunzione di esperienze, ascolti e mood di un determinato periodo. Sommando i percorsi di quattro o cinque persone avviene la magia.
4. Nei vostri riff convivono elementi moderni e radici death/thrash molto classiche: quali band hanno influenzato maggiormente questa nuova fase?
Parlando sempre di evoluzione, le nostre influenze sono sempre le stesse, che poi sono quelle che ci hanno insegnato a suonare. In questo momento, però, stiamo provando a distaccarci e a inserire elementi diversi, anche legati alle nostre origini partenopee, per due quarti della band. Quindi non ti parlerei di nuovi ascolti che interferiscono con il nostro processo creativo, ma di una ricerca di un sound più personale e variegato.
5. Quanto conta oggi, per una band metal italiana, riuscire a costruire un’identità riconoscibile in una scena sempre più affollata?
L’identità riconoscibile, per me, è la cosa più importante da raggiungere, ma anche la più difficile. Lo è sempre stato, solo che prima era più semplice distinguersi, quando certe cose non le aveva ancora suonate nessuno. Decenni di pentatoniche hanno permesso di fare la storia dell’Heavy Metal, del Doom e del Thrash, ma più passa il tempo più le cose sono già state dette e soprattutto suonate. Anche gli accostamenti mi sembra siano stati già fatti: non rimane che continuare a fare canzoni gradevoli e trovare un suono proprio.
6. Avete trovato differenze nel modo in cui il pubblico italiano reagisce rispetto a quello estero?
È difficile fare una considerazione sulla differenza tra pubblico italiano ed estero perché le differenze ci sono, in realtà, nel pubblico italiano stesso, almeno secondo le nostre esperienze.
7. La dimensione live sembra centrale nella vostra musica: quanto cambiano i brani una volta portati sul palco?
In generale, ci piace arricchire i brani in registrazione, aggiungere colori, arrangiamenti e armonizzazioni. Cosa che, ovviamente, non puoi fare live senza stravolgere la formazione o fare ampio uso di sequenze. Quindi cerchiamo di trovare delle soluzioni, dove serve, che possano sopperire con l’impatto alla ricchezza degli arrangiamenti.
8. Quanto spazio lasciate alla componente emotiva rispetto alla precisione tecnica durante la composizione?
La precisione è importante, ma l’emozione è fondamentale. Non siamo dei tecnici estremi dei nostri rispettivi strumenti, ma siamo rispettosi della precisione, quella al servizio della canzone. Siamo anche consapevoli che la componente emotiva debba essere una priorità, e può capitare che le due cose non coincidano.
9. Collaborare con realtà internazionali come Art Gates Records ha cambiato il vostro modo di vedere il futuro della band?
Quello non direi, ma ci ha sicuramente dato l’opportunità di fare un passettino in avanti rispetto alle esperienze dei due dischi precedenti e di guardare al futuro con più voglia di andare avanti, crescere e sperimentare.
10. Guardando alla scena metal contemporanea, cosa pensate manchi oggi a molte band emergenti?
I soldi!
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