A LIQUID LANDSCAPE "Rogue Planet" (Recensione)


Full-length, Glassville Music
(2026)

Ci sono comeback che sembrano operazioni nostalgia. E poi ci sono quelli che arrivano addosso come un temporale emotivo nel momento esatto in cui il mondo sembra andare a pezzi. Gli A Liquid Landscape tornano dopo quasi dieci anni di silenzio con “Rogue Planet”, e la sensazione è quella di una band che non abbia semplicemente aspettato il momento giusto per pubblicare nuova musica, ma che abbia assorbito tutto il peso emotivo degli ultimi anni per trasformarlo in qualcosa di enorme, malinconico e disperatamente umano.

Il disco, in uscita il 28 maggio 2026 via Glassville Records, prende il DNA atmosferico e progressive dei lavori precedenti e lo trascina dentro territori più pesanti, più diretti, più vulnerabili. C’è ancora quell’approccio cinematico e stratificato che aveva reso la band una piccola gemma del progressive alternative underground europeo, ma stavolta il cuore del disco pulsa forte di influenze late ’90s e primi 2000: alternative rock emotivo, riff enormi, tensione costante e melodie che sembrano brillare dentro un cielo completamente nero. Ed è proprio qui che “Rogue Planet” colpisce davvero.

Il titolo nasce dal concetto astronomico dei rogue planets, pianeti che si staccano dalla propria orbita e vagano da soli nello spazio profondo. Una metafora perfetta per il mondo raccontato dalla band: iperconnesso ma isolato, rumoroso ma emotivamente vuoto, fragile e ostile allo stesso tempo. Il vocalist e chitarrista Fons Herder ha descritto questa immagine come qualcosa di “desolato, fragile e pericoloso”, e il disco riflette esattamente quella sensazione. Non ci sono risposte facili, non c’è ottimismo artificiale: solo una lenta deriva emotiva attraversata però da piccoli bagliori di speranza.

Musicalmente, il disco evita completamente la trappola del progressive sterile. Niente esercizi di stile fini a sé stessi, niente virtuosismo senz’anima. Qui ogni crescendo serve a qualcosa. Ogni esplosione arriva dopo minuti di tensione trattenuta. Le chitarre di Niels van Dam e Robert van Dam costruiscono paesaggi sonori enormi, liquidi, pieni di riverberi e improvvise aperture abrasive, mentre la voce di Herder tiene tutto insieme con un tono che sembra sospeso tra resa e resistenza.

Il primo singolo, “Few and Far Between (Part I)”, è probabilmente il manifesto perfetto del disco. Nato addirittura nel 2016, il brano si apre con una frase quasi ironica — “By and by, about time to look alive” — pensata inizialmente come una battuta sul lungo silenzio della band. Col tempo, però, quel testo si è trasformato in qualcosa di molto più oscuro: una specie di allarme esistenziale davanti a un mondo che continua lentamente a collassare su sé stesso.

E forse è questo che rende “Rogue Planet” così potente: non suona come un album scritto per rincorrere trend o algoritmi. Suona come un disco nato perché doveva esistere. Dopo aver condiviso il palco con nomi come Anathema, Karnivool, Riverside, Soen, The Pineapple Thief e Thrice, gli A Liquid Landscape sembrano aver finalmente smesso di preoccuparsi delle aspettative esterne.

“Rogue Planet” non è il disco di una band che vuole dimostrare qualcosa. È il disco di una band che ha attraversato il silenzio, il tempo, la vita reale… ed è tornata con qualcosa da dire. E nel caos emotivo dei mid-2020s, questa voce arriva forte e chiarissima.

Recensore: Hell Awaits
Voto: 8/10

Tracklist:

1. A Few and Far Between Part 1
2. A Few and Far Between Part 2
3. Intention
4. Consequence 
5. Raven Song Part 1 
6. Raven Song Part 2 
7. Virgo Calling 

Line-up:
Niels van Dam / lead guitar
Robert van Dam / bass
Fons Herder / vocals, guitar
Coen Speelman / drums

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